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GLI ARAZZI DI AUBUSSON /1: “Bilbo Arriva Al Villaggio Degli Elfi Barcaioli”

GLI ARAZZI DI AUBUSSON /1: “Bilbo arriva al villaggio degli Elfi Barcaioli”

Tolkien illustratore nel Reame Boscoso

Per un’esperta e amante dell’arte come me, che però si considera ancora una matricola dell’universo tolkeniano, e che ha sempre associato le opere del maestro alle bellissime illustrazioni create da Alan Lee, venire a sapere che ne esistono di “originali” pensate e realizzate proprio dall’autore è stato una scoperta meravigliosa, quasi come un vero ritorno a casa, a qualcosa di davvero familiare e sentito.

Tolkien realizzò tantissimi schizzi e illustrazioni a corredo dei propri scritti, una vera e propria guida iconografica per i lettori, un’opportunità unica per poter immaginare, durante la lettura, utilizzando il filtro di chi quelle righe le ha pensate.

Egli amava disegnare, e le prime illustrazioni significative, che rientrano anche nel ciclo decorativo di cui ci stiamo occupando, le realizzò a corredo delle lettere di Natale scritte per i figli a partire dagli anni venti.

Via via si dedicò a  composizioni sempre più strutturate, che raccontassero in modo dettagliato l’universo da lui creato, la Terra di Mezzo, dando vita a una vera guida ai luoghi, molto studiata e densa di  riferimenti artistici.

Analizzando i bozzetti e le illustrazioni realizzate dall’autore per quest’opera possiamo meglio comprendere il modus operandi che egli adotta sul piano artistico, specchio del suo modo di scrivere, ricco di dettagli e suggestioni, in particolare riguardo gli ambienti: egli studia e ristudia i luoghi geografici, morfologicamente e architettonicamente, partendo da una visione chiara dell’insieme e applicando un’ampia variabilità nei dettagli da schizzo a  schizzo.

Questa tipologia operativa possiamo osservarla applicata al regno le cui vicende si intrecciano, questa volta in senso metaforico, con la storia del nostro primo arazzo: Reame Boscoso.

La vicenda, anche solo a grandi linee, la conosciamo tutti: Thorin Scudodiquercia e i suoi compagni vengono fatti prigionieri dagli elfi silvani e condotti al loro regno. Dopo giorni di reclusione Bilbo, protetto dall’invisibilità garantitagli dall’Anello, trova, per lui e la compagnia di nani, una bizzarra ma efficace via d’uscita: una fuga lungo un fiume sotterraneo da compiere nascosti in delle botti, o a cavallo, nel caso di Bilbo.

La rappresentazione del regno elfico viene ideata dal Professore tramite diversi schizzi recanti alcune modifiche significative.

Nella prima rappresentazione dell’autore un modesto cancello incastonato in una collina gremita di alberi indica l’accesso al regno.

Tutto appare immobile, nessun fruscio traspare da questi alberi, nessun movimento, se non quello, lieve, dettato dalle linee dell’acqua che scorre tranquilla sotto il ponte in queste ore diurne, incongruenza con la scena che l’autore descrive nel romanzo: sappiamo infatti che la compagnia varca il cancello alla luce delle torce.

Una rappresentazione ricca ma allo stesso tempo di chiara lettura, simmetrica, nella quale l’occhio dello spettatore viene immediatamente veicolato al punto di interesse dall’andamento diretto del ponte.

Prospettiva che cambia nello schizzo successivo Entrance to the Elvenking’s Halls, nel quale l’entrata viene quasi celata ai nostri occhi, quasi a stabilirne la difficile accessibilità: in primo piano dei delicati alberi creati con sole linee di contorno, un po’ invadenti, e una strada, che si perde dietro una curva senza mai ricomparire al nostro sguardo.

In un ultimo schizzo senza titolo, antecedente a quello che potremmo definire definitivo ci mostra un’ulteriore variazione sul tema: seppur troviamo ancora i sinuosi profili delle piante in primo piano, vi è una maggiore connessione tra esso e il cancello d’entrata, segnata visivamente dal sentiero fiancheggiato da prati che paiono tagliati di fresco.

Gate of the Elvenking’s Hall è sicuramente, tra le tante, la composizione più efficace e evocativa, una vera e propria reminiscenza romantica.

Il disegno venne realizzato da Tolkien sul retro di una pagina di un manoscritto filologico (nota già idilliaca di per sé) così come tre delle illustrazioni de Lo Hobbit, dato che ci permette una datazione di esso intorno agli anni Trenta.

Dal margine inferiore sbucano delle lussureggianti chiome rotonde che accompagnano dolcemente l’osservatore al ponte, suggestione medievale, che procede lineare, incanalando il nostro sguardo verso il cancello, questa volta imponente, racchiuso in una cornice alberata e sormontato da una serie di colline le cui linee sono fluide ma simultaneamente dinamiche.

Il silenzio, la desolazione, la sacralità e l’energia che questa immagine ci comunicano non hanno nulla da invidiare alle rappresentazioni dei grandi pittori romantici.

La collocazione del cancello nella totale desolazione, assorbito dalla natura, con una solennità silenziosa come fosse un luogo di pellegrinaggio, porta questa rappresentazione ad essere comparata ai miei occhi ai ruderi delle antiche chiese gotiche rappresentate da Friedrich.

Ma senza divagare troppo sulla sublime atmosfera immaginata dal Professore per Reame Boscoso, torniamo al nostro primo arazzo e al nostro Bilbo, che abbiamo lasciato a cavalcioni di una botte.

(segue a p. 3)

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